(Profili pratici e giuridici relativi alla direttiva europea DAC7 (n. 2021/154)

Avv. Maria Elena Scaduto

Un tempo si diceva “fare le pulizie di primavera”, oggi i più moderni lo chiamano “fare decluttering”: qualunque sia l’espressione utilizzata, resta il fatto che ci sono occasioni in cui è necessario fare pulizia, che sia un trasloco, che sia un cambio d’armadio o una semplice domenica in cui vogliamo fare spazio liberandoci di cosa non ci serve più.

Come in ogni ambito della nostra vita, gli usi col passare del tempo sono incredibilmente mutati: quando ero piccola ricordo che se si avevano vestiti o giocattoli non più utili in casa, si regalavano, le cose un pochino più di valore si poteva provare a venderle per qualche spicciolo ai mercatini dell’usato, nulla di più; adesso invece, grazie ad internet, possiamo pubblicare online qualsiasi cosa e venderla a chi sia interessato.

Più siamo andati avanti negli anni, più anche la vendita dell’usato ha fatto i suoi bei progressi, e così siamo passati dal semplice annuncio online, allo sviluppo di vere e proprie applicazioni in grado di gestire ogni singolo aspetto della vendita: l’utente non deve fare altro che pubblicare foto chiare, descrizione e prezzo del prodotto di cui intende disfarsi, il resto verrà da sé (sempre con una buona dose di gentilezza con l’acquirente).

Dunque, da circa due anni impazzano negli app store di iOs e Android molteplici applicazioni come Subito.it, Wollapop, Facebook Marketplace, Vinted, ecc… grazie alle quali possiamo vendere cosa non ci serve più a piccoli prezzi, o magari acquistare prodotti vintage o anche pezzi da collezione, il tutto come se fosse un vero e proprio mercato dove si possono anche fare delle offerte ai venditori e contrattare. Le spese di spedizione sono in capo all’acquirente, il venditore impacchetta il prodotto munito di etichetta e lo porta nel punto di ritiro più vicino possibile.

Per arrivare al dunque occorre fare un piccolo passo indietro. Lo scorso 25 agosto 2022, il Sole 24 Ore, pubblica un articolo in cui viene descritto uno straziante scorcio riferito a quello che è il grado di povertà in Italia: secondo le statistiche del 2021, infatti, le persone in difficoltà superavano i 14,83 milioni pari al 25,2% della popolazione, dati che venivano dichiarati come destinati a salire alla fine del 2022. Inutile dire che la situazione già precaria del nostro Bel Paese era iniziata a peggiorare considerevolmente con il Covid-19 per poi ricevere l’ennesima stangata con l’aumento dei prezzi dovuti alla Guerra in Ucraina.

E quindi viviamo in un Paese dove solo una piccolissima parte può prendersi il lusso di vivere senza badare a spese, e dove una fettina leggermente più grande di popolazione può permettersi di vivere discretamente, per la restante parte, invece, applicazioni come quelle di cui si è appena parlato, dove scovare a prezzi minimi capi di abbigliamento, mobili per arredare casa, giocattoli per i propri figli, ecc possono essere di grande aiuto per queste persone.

Ma, come annunciato nel titolo, l’Italia non è un paese per poveri ed ecco perché: con la direttiva DAC7 (n. 2021/154), pubblicata nella Gazzetta dell’UE, i gestori di piattaforme digitali di compravendita sono diventati collaboratori del fisco. Tale intervento normativo si colloca all’interno di un impianto legislativo volto a migliorare la cooperazione amministrativa fra Stati membri nel settore fiscale e affrontare le sfide poste dall’economia digitale; infatti, grazie alla direttiva in questione, le piattaforme digitali che permettono di locare beni immobili, erogare servizi personali, vendere beni e locare qualsiasi mezzo di trasporto, in qualunque Stato dell’UE abbiano la sede legale, saranno obbligate a scambiare automaticamente con i paesi partner i dati relativi all’attività svolta dagli utenti sulle singole piattaforme.

La suddetta direttiva ovviamente, oltre ad aver ottenuto un ampio consenso a livello europeo, è stata già recepita in Italia ed è in vigore dal 1° gennaio 2023.

Motivo per cui se avete un profilo particolarmente attivo su una piattaforma digitale in grado di fornire uno dei servizi suddetti, fate ben attenzione e cercate nella sezione “Termini e Condizioni” le informazioni relative alla direttiva in questione.

Per farvi un esempio: se siete molto attivi su Vinted e non volete che i vostri dati vengano segnalati all’Agenzia delle Entrate non dovete fare più di 29 vendite nel medesimo anno solare (dal 1° gennaio al 31 dicembre), allo scattare della 30esima vendita verrete contattati (per l’anno corrente gennaio 2024) da Vinted stesso che vi chiederà di compilare la dichiarazione DAC 7; stessa cosa nel caso in cui abbiate fatto meno vendite del limite stabilito, ma abbiate guadagnato un importo che vada dalle € 2.000,00 in su. Nel caso in cui non venga compilata la suddetta dichiarazione, la piattaforma potrà bloccare il vostro profilo e negarvi l’accesso alla stessa, oltre a segnalare comunque quanto accaduto all’Autorità competente.

Una volta che il vostro nominativo verrà segnalato dal gestore all’autorità fiscale nazionale, quest’ultima farà le opportune verifiche per valutare se la vostra attività di vendite online, anche in rapporto a quello che è il vostro reddito e il vostro lavoro, possa esser considerata un impiego vero e proprio e che pertanto vada tassata.

A conclusione di quanto detto c’è da dire che nonostante la speditezza con cui s’è raggiunto l’obiettivo, in pratica 8 mesi dal primo annuncio, i dubbi sulla direttiva DAC7 non mancano. Resta senz’altro forte l’obiezione di chi considera inopportuna la tempistica scelta per l’introduzione di un kit di norme, di procedure e di adempimenti che, di fatto, proprio nella fase di resilienza post-Covid-19 potrebbero rivelarsi dannose per un settore considerato proprio da Bruxelles tra quelli decisivi per avviare la ripresa delle economie duramente colpite dagli effetti della pandemia.

Non ci resta che scoprire quali saranno gli esiti.